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Le Corbusier in Calabria
 
Un film documentario di Fabio Badolato e Jonny Costantino
format:
Super 8mm
 
running time:
11 min.
 
 

Ci sono mete da turista e ci sono soste da metà viaggio. Certi posti rappresentano dei perfetti luoghi di transito, paesaggi su un treno in corsa, interrotti e malinconici all’occhio del passegero felice che di fermarsi non ha esigenza.

Quando ancora ventenne il futuro architetto Le Courbusier, avventuratosi in un viaggio nell’Europa classica, attraverso’ l’Italia dalla Grecia, il cemento, quello moderno, non era ancora diffuso e usato nella maniera in cui lui stesso avrebbe successivamente illuminato. Siamo agli inizi del ‘900 in quel sud raccontato da curiosi come Norman Douglas, da storici tedeschi e poeti abbandonati. Con una rivoluzione agraria alle spalle e le grandi guerre alla porta, il Sud Italia come parte d’Europa è prossimo a cambiare aspetto. Di cemento se n’è sfornato sin dai tempi dei romani, ma questa è un’altra era del cemento. Adesso s’è armato.

Ricordo un gruppo di aritisti newyorkesi di passagio sulla Costa Jonica commentare le similitudini paesistiche con il Messico, quello prossimo agli Stati Uniti, terra intesa, per pregio o malizia, come fuga o esilio. In questo percorso difficile, almeno per il sottoscritto, il Sud diventa un pretesto per descrivere e raccontare una dimensione dell’immaginario che si aggira intorno e oltre il mediterraneo. Una dimensione fatta di luoghi di transito temporale e spaziale, a giustifcare i passaggi veloci, i tempi rapidi di un qualche sviluppo frentico o fuori sincrono, uno sviluppo sprecone che partorisce macerie. Macerie che si fanno monumento simbolo di un luogo e di gente comune con gli occhi chiusi, un’umanità che conia rovine che nascono gia tali. Ma qual è il fine ultimo se non la colonizzazione del territorio da parte di chi la terra storicamente non l’ha mai posseduta? È cosi che i crocifissi piantati sui colli in bella vista, le fortificate torri normanne, gli arroccati paesi scolpiti in cima alle rupi… ricevono il testimone e flirtano idealmente con domino system, il celebre disegno dell’architetto svizzero, stavolta riprodotto inconscientemente e con l’aggiunta dell’incompiuto e la visione del fallimento (…).

Il passato e l’incomprensibile futuro vengono così racchiusi in una colata di cemento blindata da una gabbia di ferro, impercettibile e metabolizzata da colui che ci pascolava intorno. Questa è la rivelazione di un’identità sociale con tutti i suoi dilemmi, le promesse e le rinunce, lo slancio sociale mozzato, abortito.

Lungi da questo testo trattare di speculazione edilizia. Qui la speculazione nel mirino è quella generatrice di luoghi comuni, stralci di benessere e perbenismo di fine e inizio millennio.  

Domino System

Domino System di Le Corbusier

Le Courbusier in Calabria non c’è mai stato, nè da vivo nè da morto. Durante il suo primo viaggio attraversò l’Italia dritto dalla Puglia alla Campania. Eppure le sue visioni di giovane architetto buttano radici profonde e lunghe nel secolo a venire, giungendo fino a questa Calabria dell’anima, dove le sue idee – come in un percorso a ritroso – tralasciano fronzoli ed evoluzioni e preservano quello spirito essenziale, unico, intuitivo del rivoluzionario domino system, forse emblema e splendore della moderna architettura.

In Calabria come altrove se ne preservano esemplari, intatti e sporgenti, in un elogio di linee, di ruvido e solido impasto grigiastro ancora tatuato dalle originali imbracature di legno di pino. Il tutto è imbastisto, corazzato, armato fino ai denti. Ruggine di tondini curvi e ritti come dita, pronti a infilzare l’occhio del passante estraneo che di certo qui riconosce un’altra Italia...

Qui c’è e fa fa caldo e la terra brucia da secoli. Il grigiume dei carboni sbiaditi dal sole, i ciottoli di terracotta riemersi nei secoli, le spine del selvatico carciofo si interrompono solo di fronte al mare, all’ombra sbiadita di una miriade di falsi paesi e case che annunciano la sagra del benessere dai falsi colori.

 

P.O.V.

Ci sono tre fattori che s’intersecano a disegnare la prospettiva di questo lavoro. Vista l’entita del mezzo (l’obbiettivo della camera), in primo luogo c’è l’occhio , che vede e che non vede. Poi c’è il luogo, ma attenzione: non è il luogo che si sta osservando bensi’ l’origine e la destinazione del viaggio, il luogo da dove si proviene e quello dove si sta andando, il che altera tanto la luce e quanto la percezione dei colori. Infine arriva il lampo, il visto di passaggio, ciò che sta dall’altra parte del finestrino e rischia di restare fuori fuoco, eppure per un attimo si blocca subliminalmente nella memoria. Sara una moltitudine di bagliori a disegnarne un quadro completo.

 

Fabio Badolato

London 05-2007

 


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