|
Icone del nulla
Mimesi.00 di Flavio de Marco
di Jonny Costantino
Estratto di uno scritto pubblicato sulla rivista mensile «Il Cubo» (Anno 16, n. 5, maggio 2004) assieme a Presenze dada, spettri pop. Attraverso Rauschenberg. Conversazione con Flavio de Marco, a cura di Jonny Costantino.
La pittura di Flavio de Marco è lo sforzo, lucido e radicale, di mettere in crisi lo sguardo che si rifrange contro quadri che ricreano le strutture snudate di schermate windows, e si danno come scheletri spaziali transustanziati, divenuti icona. Mettere in crisi vuol dire strappare lo spettatore dal proprio statuto di assuefazione ricettiva. Il soggetto principe di de Marco è la rappresentazione della fredda e vuota cornice di un accecante cortocircuito, la cornice che ha crepato l’idea stessa di realtà e al contempo saturato di simulacri la superficie del mondo. Quel che appare sulla tela è un’immagine piatta e smateriata, dove la presenza della pittura si azzera, si suicida implodendo per sopravvivere in quanto luogo precario e sospeso, finanche dal muro, in virtù dell’angolo acuto di un telaio svasato ad hoc. Quelli pittorici sono, nell’arte di de Marco, gli ultimi riflessi condizionati di una fabula dissanguata, gli enzimi superstiti di cui si ciba il senso, per proliferare nella distanza tra l’occhio e le interfacce grafiche che il pittore ha promosso al rango di Paesaggio.
Sull’unico wall painting che inonda le pareti della galleria, galleggiano lacerti di una medesima schermata che senza mai svelarsi del tutto affiora nelle sue diverse sezioni, frantumi semi sommersi dai marosi che si creano tra i supporti. Una distesa inglobante congelata dalla pittura. A monte, la volontà di «ragionare sulle categorie originarie della rappresentazione, la copia e il modello, una volta trasferite nella fruizione dello spazio digitale». La promiscua copula tra i due termini genera una rappresentazione malata, in quanto «doppiaggio»eclittico e reversibile intorno a un originale spossessato della sua funzione di referente originario.
Il computer è diventato il materno custode di attenzioni che gli esseri umani, al contrario, sono soliti ricambiare con distratta indifferenza. Ognuno di noi conosce quel senso di calda larvata alienazione che lo coccola davanti al suo pc, nell’illusione di darsi all’interno di un rapporto strumentale. La coscienza del quantum di autonomia sottratto – il quantum di mancum, direbbe Beckett – è annebbiata da sicurezze soprattutto contestuali e dimensionali. A casa propria, con un caffè fumante sulla scrivania, è ancora possibile simulare l’esistenza di un rapporto uno a uno con quel che si muove dentro i pochi centimetri dello schermo. Ma se le familiari interfacce assumessero connotati ipertrofici, ed enfiate da uno straniante gigantismo ci circondassero, aguzze, ansimandoci addosso col loro alito gelido? Nelle forme dello spaesamento, e nella nostra residua capacità di sentirci minacciati dalle zanne tecnologiche, riposa una chance.
I conati figurali di de Marco si rivolgono contrastivi alla dimensione che, più di ogni altra, delegittima l’essere al mondo della pittura, e si nutrono del senso di nausea e di algido paludamento ingenerato da ciò che evocano. L’offensiva è sottile. De Marco non denuncia il nemico a viso aperto, lo lusinga lasciandogli intravedere il suo riflesso, baluginante oltre le s-barre dell’invitante trappola che ha confezionato. Ma siamo noi a ritrovarci prigionieri di uno specchio asfittico e seducente, apparentemente seriale.
Nei miei sogni, vedo de Marco passeggiare sulla Prospettiva Nevskij a braccetto con Malevic e Johns, e flirtare con Jeff Koons, che fa schiamazzi sul marciapiede opposto. È un po’ brillo, ma consapevole che il disastro è qui e ora.
Bologna, 14 aprile 2004.
|