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E se un bel giorno, all’improvviso, gli occhi non rispondessero
più ai comandi? Se sul mondo calasse, a metà dello
spettacolo della nostra vita, un nero e spesso sipario? E se
non fossimo gli unici, se la cecità si diffondesse come
un’epidemia planetaria, con tanto di panico collettivo,
quarantene, gestione totalitaria del male? È quel che
accade in Cecità di José Saramago, romanzo
che approda a una morale precisa, nella sua ambiguità:
noi non siamo diventati ciechi, ciechi lo eravamo da prima,
lo siamo sempre stati, ciechi che, pur vedendo, non vedono.
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Nella primavera del 2007, una curatrice
lungimirante, Maria Luisa Pacelli, invita un artista che da anni
indaga pittoricamente il (cortocircuito del) paesaggio nell’era
tecnologica, Flavio de Marco, a realizzare una mostra nascente
dal confronto tra la propria arte e gli affreschi contenuti nel
Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia a Ferrara e realizzati da
Francesco del Cossa, Cosmè Tura, Ercole de’ Roberti,
il maggiore ciclo di dipinti su parete del Quattrocento, l’opera
a ridosso della quale Aby Warburg darà il battesimo ufficiale
a una nuova disciplina, l’iconologia. Una sfida non da poco,
dunque, che sfocia in “Souvenir Schifanoia”, mostra
svoltasi a cavallo tra il 2007 e il 2008 nel padiglione di arte
contemporanea di Palazzo Massari a Ferrara, e distribuita su due
piani, uno destinato ai quadri che guardano ai mesi risparmiati
dall’usura del tempo, l’altro ai mesi di cui è
sopravvissuto poco più di una traccia dei colori e delle
figure che le mura hanno ospitato. |
Una precisazione. La Sala dei Mesi di Schifanoia è un
quadrilatero che, immediatamente, riversa sullo spettatore un
violento flusso d’immagini, una tempesta visiva per difendersi
dalla quale agli occhi non resta che di rovesciarsi all’indietro,
verso il didentro, di scegliere un accecamento volontario, per
non venir triturati da quella miriade d’impulsi. Qualcosa
di analogo succede appena si giunge nella sala che De Marco
ha dedicato ai dipinti corrosi dalla saliva del tempo. In entrambi
i casi si tratta di un blackout a doppio fondo. La nostra capacità
di vedere non viene indebolita e dissipata come accade per opera
delle immagini merce di cui il quotidiano s’è ridotto
a desktop, non veniamo tramortiti per essere lasciati in balia
del vuoto che l’immagine seriale sottende. No. La chance
qui concessa al nostro occhio – prima ancora di strutturarsi
in una visione e divenire sguardo – è quella di
lasciarsi abbacinare e poi sedurre, di smarrirsi e abbandonarsi
a una percezione rallentata e intensificata, di viversi quella
deliziosa tortura che è la sospensione tra i flashback
e i flashforward potenziali che riusciamo a intravedere nella
filigrana di ogni singola figura, di mettersi in ascolto e farsi
intridere dal potenziale di senso sprigionante dalle immagini.
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Immaginiamo di trovarci in un luogo che
non conosciamo e che qualcuno – senza darci il tempo di crearci
dei punti di riferimento nello spazio – spenga la luce. Brancicando
nel buio che ha divorato ogni cosa, facendosi tattile, l’occhio
che non si lascia intimidire infine trova nell’oscurità
quel che cerca, lo scopre nella sua unicità. Così
l’occhio impavido, che persevera verso la visione, mentre
si aggira tra le forme e le cromìe di Schifanoia come di
“Souvenir Schifanoia”, vede schiudersi – dopo
lo spaesamento iniziale, tra un battito di ciglia e l’altro
– improvvise epifanie, inauditi collegamenti, stranianti accensioni.
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| Non s’impara mai a vedere una volta per tutte. |
Ed eccoci al dunque. Un paio di mesi prima della mostra, Flavio
de Marco e Maria Luisa Pacelli ci hanno proposto di realizzare
un video sull’evento. Che fare? Raccoglierlo o meno il
guanto di sfida? Abbiamo esitato, reduci peraltro da Mimesi,
video incentrato su un precedente progetto dell’artista
leccese e ruotante intorno alla fisicità del suo fare:
la creazione della mostra, la vernice con colpo di scena, la
distruzione dell’opera. Un nuovo lavoro sul pittore –
dopo un lasso di tempo così ristretto e per di più
a confronto con una dimensione iconica tanto sovrastante –
ci creava una serie di problemi, ci metteva in crisi.
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Come non restare stritolati nel mezzo di queste due macchine
figurali così complesse e mostruose? Come farle scintillare
nell’attrito? Quale via imboccare per trarne una sintesi
personale in cui far pulsare la nostra verità, una verità
da tradursi nella lingua del digitale? Come restare nell’immagine
senza venir schiacciati sotto il peso della visione altrui?
Come sfruttare per i nostri fini poetici il potenziale di questa
visione senza strumentalizzarla? Come riuscire a gestire il
tutto senza grevità didascaliche o, come direbbe Bacon,
per trasmettere la sensazione senza la noia della descrizione?
Come trasformare il nostro occhio in lastra sensibile?
Dove incidere per aprire le immagini come finestre squarciate
sul desiderio e sul tempo?
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Questi sono alcuni degli interrogativi e delle suggestioni
all’origine di Storie dell’occhio.
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