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STORIE DELL’OCCHIO

storie dell'occhio

Un film documentario di Fabio Badolato e Jonny Costantino
 
format:
digital-archive
 
running time:
14 min.
 
language:
Italian
 

E se un bel giorno, all’improvviso, gli occhi non rispondessero più ai comandi? Se sul mondo calasse, a metà dello spettacolo della nostra vita, un nero e spesso sipario? E se non fossimo gli unici, se la cecità si diffondesse come un’epidemia planetaria, con tanto di panico collettivo, quarantene, gestione totalitaria del male? È quel che accade in Cecità di José Saramago, romanzo che approda a una morale precisa, nella sua ambiguità: noi non siamo diventati ciechi, ciechi lo eravamo da prima, lo siamo sempre stati, ciechi che, pur vedendo, non vedono.

Nella primavera del 2007, una curatrice lungimirante, Maria Luisa Pacelli, invita un artista che da anni indaga pittoricamente il (cortocircuito del) paesaggio nell’era tecnologica, Flavio de Marco, a realizzare una mostra nascente dal confronto tra la propria arte e gli affreschi contenuti nel Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia a Ferrara e realizzati da Francesco del Cossa, Cosmè Tura, Ercole de’ Roberti, il maggiore ciclo di dipinti su parete del Quattrocento, l’opera a ridosso della quale Aby Warburg darà il battesimo ufficiale a una nuova disciplina, l’iconologia. Una sfida non da poco, dunque, che sfocia in “Souvenir Schifanoia”, mostra svoltasi a cavallo tra il 2007 e il 2008 nel padiglione di arte contemporanea di Palazzo Massari a Ferrara, e distribuita su due piani, uno destinato ai quadri che guardano ai mesi risparmiati dall’usura del tempo, l’altro ai mesi di cui è sopravvissuto poco più di una traccia dei colori e delle figure che le mura hanno ospitato.

Una precisazione. La Sala dei Mesi di Schifanoia è un quadrilatero che, immediatamente, riversa sullo spettatore un violento flusso d’immagini, una tempesta visiva per difendersi dalla quale agli occhi non resta che di rovesciarsi all’indietro, verso il didentro, di scegliere un accecamento volontario, per non venir triturati da quella miriade d’impulsi. Qualcosa di analogo succede appena si giunge nella sala che De Marco ha dedicato ai dipinti corrosi dalla saliva del tempo. In entrambi i casi si tratta di un blackout a doppio fondo. La nostra capacità di vedere non viene indebolita e dissipata come accade per opera delle immagini merce di cui il quotidiano s’è ridotto a desktop, non veniamo tramortiti per essere lasciati in balia del vuoto che l’immagine seriale sottende. No. La chance qui concessa al nostro occhio – prima ancora di strutturarsi in una visione e divenire sguardo – è quella di lasciarsi abbacinare e poi sedurre, di smarrirsi e abbandonarsi a una percezione rallentata e intensificata, di viversi quella deliziosa tortura che è la sospensione tra i flashback e i flashforward potenziali che riusciamo a intravedere nella filigrana di ogni singola figura, di mettersi in ascolto e farsi intridere dal potenziale di senso sprigionante dalle immagini.

dipinto

Immaginiamo di trovarci in un luogo che non conosciamo e che qualcuno – senza darci il tempo di crearci dei punti di riferimento nello spazio – spenga la luce. Brancicando nel buio che ha divorato ogni cosa, facendosi tattile, l’occhio che non si lascia intimidire infine trova nell’oscurità quel che cerca, lo scopre nella sua unicità. Così l’occhio impavido, che persevera verso la visione, mentre si aggira tra le forme e le cromìe di Schifanoia come di “Souvenir Schifanoia”, vede schiudersi – dopo lo spaesamento iniziale, tra un battito di ciglia e l’altro – improvvise epifanie, inauditi collegamenti, stranianti accensioni.
Non s’impara mai a vedere una volta per tutte.

Ed eccoci al dunque. Un paio di mesi prima della mostra, Flavio de Marco e Maria Luisa Pacelli ci hanno proposto di realizzare un video sull’evento. Che fare? Raccoglierlo o meno il guanto di sfida? Abbiamo esitato, reduci peraltro da Mimesi, video incentrato su un precedente progetto dell’artista leccese e ruotante intorno alla fisicità del suo fare: la creazione della mostra, la vernice con colpo di scena, la distruzione dell’opera. Un nuovo lavoro sul pittore – dopo un lasso di tempo così ristretto e per di più a confronto con una dimensione iconica tanto sovrastante – ci creava una serie di problemi, ci metteva in crisi.

Come non restare stritolati nel mezzo di queste due macchine figurali così complesse e mostruose? Come farle scintillare nell’attrito? Quale via imboccare per trarne una sintesi personale in cui far pulsare la nostra verità, una verità da tradursi nella lingua del digitale? Come restare nell’immagine senza venir schiacciati sotto il peso della visione altrui? Come sfruttare per i nostri fini poetici il potenziale di questa visione senza strumentalizzarla? Come riuscire a gestire il tutto senza grevità didascaliche o, come direbbe Bacon, per trasmettere la sensazione senza la noia della descrizione? Come trasformare il nostro occhio in lastra sensibile? Dove incidere per aprire le immagini come finestre squarciate sul desiderio e sul tempo?

Questi sono alcuni degli interrogativi e delle suggestioni all’origine di Storie dell’occhio.

 

Jonny Costantino


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